Tutti per “Gloria”e non importa da dove. Gli sguardi da Palazzo dei Priori


 

Chiara Vitali

 

VITERBO – “Ci vogliono i riti”. Una citazione troppo famosa, estremamente veritiera. Soprattutto per chi decide di respirare a pieni polmoni l’aria di Viterbo il 3 settembre. E il Trasporto della Macchina di Santa Rosa è la conferma di quel che diceva Saint Exupéry ne Il Piccolo Principe.

Potremmo fare un elenco sterminato di tutti quei gesti che ogni viterbese ripete durante queste speciali giornate. Ma c’è uno in particolare che accumuna tutti, quella sera lì.

Ognuno di noi, in un modo o nell’altro, per le più disparate ragioni, si trova a rivolgere lo sguardo verso l’alto. Il nostro “campanile che cammina” obbliga a elevare occhi e cuore.

Quella di Santa Rosa è una festa che principalmente si consuma sulle strade, nel calore dei sampietrini e nel caleidoscopio di sedie e di teli. Chi sta in basso, ogni tanto, si mette a osservare i fortunati che abitano lungo il percorso, che possono letteralmente portare a casa questo grande evento. E a Piazza del Plebiscito, con scherzosa e innocente malizia, lo sguardo dei viterbesi si ferma sulla Prefettura, sulla Provincia e sul Palazzo dei Priori.

Un privilegio appannaggio di pochi stare lassù? Non dimentichiamoci che nei secoli è sempre stata l’autorità civile a organizzare materialmente il Trasporto.

No, nessun onore particolare. La Macchina fa anche questa magia: ai piedi della Santa, dolcissima e umile sovrana della nostra Viterbo, siamo tutti meravigliosamente identici.

Quello che si è potuto vivere “la sera del tre” nelle sale di Palazzo dei Priori è la prova concreta di questo. Non neghiamolo: di personalità ce n’erano. Ma nomi, abiti, fama, cariche sublimano improvvisamente in questo contesto unico. Una concordia di anime messe a nudo dall’emozione.

Anche qui tutti i presenti non potevano fare a meno di guardare in alto: gli affreschi delle sale del Palazzo Comunale mozzano il fiato, ci si sente piccolissimi di fronte a un tale stupore. Specie per chi viene la prima volta. E ce n’erano tanti di occhi colmi di delizia.

A stare lì non ci sente ospiti di un salotto privato o di uno spettacolo a numero chiuso. Quella guida rossa che accompagna i presenti lungo le scale è un drappo di festa.

È probabile che nella mente di tutti si fosse insinuata la fallace idea che da lassù la Macchina si possa meglio ammirare. Vero: è un’epifania inenarrabile vedere il campanile che cammina ondeggiare lungo Via Cavour, fare la girata e sedersi tranquilla sulla piazza. È stato bellissimo come tutti siano tornati bambini: le bocche aperte, gli abbracci, il brusio dei commenti a caldo. Qualcuno chiede come mai d’improvviso Gloria si sia parzialmente spenta mentre danzava verso il Comune. “È un omaggio al Fermo del 1967, a quando il Volo d’Angeli venne lasciato lì…”, vocifera qualcuno.

Stupendo, sensazionale affacciarsi da quelle finestre. Ma il miracolo di Santa Rosa vince su qualsiasi differenza e l’istinto di scendere in mezzo alla folla, di voler alzare lo sguardo è troppo forte. E allora si va di sotto dove stanno tutti. È da lì che Gloria si erge in tutta la sua forza, che spalanca i cuori di ognuno. La Macchina è riuscita ancora una volta a unire cielo e terra, a distribuire pace e uguaglianza nella città.

Sorrisi di incanto, voglia di fare festa in onore di quella piccola grande Santa sono la prerogativa di tutti. È una catarsi d’amore. È solo questo il vero privilegio.

Galleria fotografica a cura di Marco Aquilani OfficinaVisiva

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